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Nuovi movimenti femministi nella Tunisia post-rivoluzionaria

Nuovi movimenti femministi nella Tunisia post-rivoluzionaria

Souad Gharbi – Associazione LeNove-Studi e Ricerche Sociali, 20 Ottobre 2017

Il paesaggio dei movimenti femministi post-rivoluzionari si caratterizza per la diversità e per la moltiplicazione delle iniziative; questo testimonia un rinnovamento che riguarda diversi aspetti, come gli ambiti di impegno e di intervento, i metodi e gli approcci di riferimento, la composizione e le strutture organizzative.

Le militanti storiche del cosiddetto movimento autonomo femminista, hanno sempre operato in strutture assolutamente femminili e non miste. Hanno tenuto un impegno costante per rivendicare i diritti attraverso la legislazione, non rinunciando tuttavia a lottare sul terreno. Si sono organizzate frequentemente in commissioni e hanno saputo ricorrere alla lobby per raggiungere i loro obiettivi. Dopo la rivoluzione hanno gerarchizzato le loro priorità e alcune hanno lanciato nuove forme associative pur mantenendo un rulo nelle organizzazioni storiche, sempre propugnando un impegno militante e avanguardista. Una prima coalizione femminista è stata costituita1, composta da 17 associazioni, con l’obiettivo di promuovere la parità anche nelle elezioni attraverso la composizione di liste, di eliminare le riserve della Tunisia sulla CEDAW e di migliorare i diritti e le libertà. Le figure più esperte hanno partecipato nelle commissioni e nelle istanze straordinarie della rivoluzione, aumentando la partecipazione delle donne negli incontri, nelle assise, nelle giornate di studio, nei dibattiti e nelle conferenze in cui si rifletteva sull’avvenire del Paese e sull’istituzione di uno stato di diritto e di libertà; tutti eventi che si tenevano pressoché quotidianamente in tutto il Paese.

Una nuova generazione di femministe e di rivoluzionarie si è impegnata in una lotta generale e popolare che ha riguardato anche i diritti delle donne. Queste nuove femministe formano strutture associative anche miste con gli uomini e tendono a fare meno parte di partiti politici. Tentano di differenziarsi dal femminismo storico e dal femminismo di Stato per affermare nuovi modelli. Usano massicciamente metodi e canali legati alle reti sociali digitali, azioni dirette e campagne di sensibilizzazione, differenziandosi fortemente dalle femministe tradizionali che permangono su attività di militanza sul campo e di riconoscimento giuridico dei diritti.

Il collettivo femminista Chouf, per esempio, si batte per i diritti alla libertà del proprio corpo e per i diritti individuali delle minoranze sessuali (vedere la loro pagina Facebook); offrono corsi gratuiti di autodifesa alle donne per lottare contro le molestie, come dichiara Rym Amami, componente del collettivo in un’intervista su Middle East Eye del 28 giugno 2016. L’organizzazione lancia il festival Chouftouhonna dedicato al femminismo e alle sue espressioni artistiche.

Il collettivo femminista “non misto e non istituzionale” Chaml, diviene famoso con il suo slogan60 anni di indipendenza e i nostri corpi sono ancora colonizzati” e lotta per “fare sentire le voci di tutte le donne nelle loro diversità e per decostruire il mito della ‘donna tunisina’”.

Questa nuova generazione femminista si smarca anche dalla definizione di associazione, preferendo parlare di collettivo. Tratta le questioni femministe diversamente dal passato, contra le violenze, decostruisce i discorsi sessisti, investe gli spazi pubblici, affronta apertamente i temi legati alla sessualità, usa i media digitali unitamente agli eventi artistici.

Tuttavia, sebbene Chouf et Chaml si dichiarino collettivi non misti, sembra che le giovani tunisine non siano tutte convinte che la non mescolanza con gli uomini sia importante per assicurarsi il riconoscimento delle rivendicazioni femministe; considerano piuttosto che la lotta per la democrazia necessiti di una solidarietà fra uomini e donne, come afferma la sociologa Dorra Mahfoudh (articolo “Féminisme au Maghreb”, sulla rivista Nouvelles Questions Féministes, 2014).

Questa nuova generazione femminista includerebbe le giovani femministe islamiste che prendono posizione nella sfera politica contro il maschilismo. La giovane deputata del partito islamista Ennhadha, Sayida Ounissi, 27 anni, capo-lista alle elezioni legislative del 2014, si è espressa pubblicamente a più riprese contro le disuguaglianze in politica: «Quando si vede quello che accade in Francia con le iniziative delle donne deputate contro le molestie, ci diciamo che faremo le stesse cose anche qui. Si trovano spesso i commenti e i comportamenti machisti dei deputati uomini sulle giornaliste o sulle donne in politica», ha testimoniato a Middle East Eye. Ma per lei, il cambiamento deve essere progressivo per ancorarsi alle mentalità ed evitare le imposizioni: «Per la legge sulla parità nell’eredità, per esempio, bisogna fare un dibattito e riflettere con tutti i partiti». Prendere la parola per veicolare propositi di questo tipo potrebbe rafforzare la volontà del partito islamista che lei rappresenta, di essere percepito come moderato o anche progressista.

I nuovi movimenti di donne includono anche un’ampia frangia che non si dichiara femminista e che si colloca all’esterno dei diversi sistemi di appartenenza, partitici, associativi o collettivi, ma che si impegna per i diritti delle donne pubblicamente; questo è divenuto parte delle loro identità come cittadine. Si tratta di un numero elevato di donne tunisine, benché non ci siano statistiche disponibili. Questi gruppi si affiancano al movimento femminista soprattutto in occasione di battaglie pubbliche e costituiscono una ulteriore forza (riserva) per le grandi mobilitazioni e rivendicazioni. La salita al potere del partito islamista ha aumentato i timori di parte delle donne tunisine di trovarsi davanti a un futuro retrogrado.

Ma qual’è lo sguardo delle femministe storiche sulle nuove?

Esse vedono le nuove di buon occhio sebbene permangano su posizioni legate allo statuto della donna in Tunisia. Bochra Bel Haj Hmida, deputata ex presidente del ATFD, tiene a sottolineare, in un’intervista a Middle Eeast Eye il 28 giugno 2016: che «Le ONG ci sono per fare pressioni, abbiamo visto che anche loro erano lì al momento della deposizione al Parlamento del progetto di legge per la parità nell’eredità; quello che importa è che facciano lobby e che i loro metodi scuotano». Questo progetto di legge suggerisce di modificare la legge corrente che prevede che l’uomo erediti più della donna. Benché Chouf e Chaml si smarchino dalle associazioni storiche, esse non rigettano la storia del movimento femminista: «Rimproveriamo loro molte cose, di essere elitiste o poco inclusive verso certe donne, ma alla fine sono loro che si sono battute per i nostri diritti», dichiara una delle loro componenti.

Anche le posizioni delle giovani femministe islamiste sembravo evolvere. Oggi, la giovane Sayida Ounissi e Bochra Bel Haj Hmida (sessantenne ed ex presidente dell’ATFD) parlano di un coordinamento tra le parlamentari donne al di là delle appartenenze politiche, per progredire nel sostegno ai diritti delle donne, mentre per circa tre anni il partito islamista ha proposto, per la Costituzione tunisina, il criterio della “complementarietà” della donna rispetto all’uomo, e non la parità. La mobilitazione e i dibattiti hanno forse aiutato la riflessione? Oppure si tratta di tattica politica? Si può pensare che tali dichiarazioni siano una forma di marketing. Se pure fosse vera questa ipotesi, l’importante sarebbe di fare avanzare i diritti delle donne.

Con tutte queste differenze, permane una certezza: le donne rappresentano oggi una massa elettorale che fa la differenza. Pertanto il presidente del partito Nidaa Tounes, Beji Caied Essebsi, in un discorso di riconquista rivolto soprattutto al milione di donne che lo hanno portato al potere nel dicembre 2014, annuncia l’annullamento del Decreto 73 che impediva alle donne tunisine di sposarsi con uomini non musulmani, e promette una prossima legge che instaurerà la parità nella successione. Alle femministe non è sfuggita la finalità elettorale legata alle elezioni legislative municipali del dicembre 2017 e alle future presidenziali del 2019, tuttavia “tutto è buono e utile alla causa” come ha detto la presidente dell’ATFD. Le femministe storiche sanno di dovere trasmettere a tutte le nuove femministe e a tutte le donne la consapevolezza che la battaglia per l’eredità non nasce oggi con il discorso di un presidente di partito, ma comincia nel 1999 con la costituzione, da parte dell’ATFD, di una commissione sull’uguaglianza nella successione e una petizione con 1000 firme, e la domanda di aprire un dibattito nazionale per terminare questa discriminazione, cui ha seguito un seminario inter-maghrebino nel 2009. Dal 2011 la parità nella successione fa parte delle priorità delle militanti femministe che costituiscono il “fronte delle donne per la parità” (fonte: Dorra Mahfoudh del Collectif Maghreb-Egalité 95). Questo vale per tutte le altre richieste come ad esempio la violenza sulle donne (votata nell’agosto 2017).

Fino ad oggi, ogni acquisizione sui diritti delle donne in Tunisia è stato il risultato di una lunga mobilitazione, di molte lotte e di continua negoziazione. Molto rimane ancora da acquisire; non solo: la presenza pressante di istanze islamiste nel Paese può rendere precari anche i diritti acquisiti a caro prezzo. Il movimento femminista è necessario alla costruzione e al mantenimento di una Tunisia democratica.

1Coalition pour les femmes de la Tunisie, 2012