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Di fabbriche, sfruttamenti e scioperi. Per un femminismo del 99%

di Nicoletta Pirotta*

Nel Convegno internazionale “La vita al lavoro, il senso dei lavori: pensieri e pratiche femministe” si è provato a ragionare sul lavoro per cogliere i nessi fra produzione e riproduzione sociale e domestica e mettere a confronto generazioni, esperienze , condizioni di lavoro e di vita differenti.
Nel quadro di un femminismo capace di riconoscere i diversi sistemi di dominio e le intersezioni fra genere, classe ed origine.
Volendo sfuggire al rischio di astrattezza il Convegno ha cercato di tenere insieme analisi, ricerche, pratiche ed esperienze concrete. Scelta molto apprezzata da chi lo ha seguito.
Per averne una visione completa rimando al blog (http://libertadonne21sec.altervista.org/) del gruppo di lavoro che, insieme alla Casa Internazionale delle Donne e a Transform!Europe, ha organizzato il Convegno.

In questo articolo mi interessa sottolineare l’importanza che, almeno per me, ha avuto l’intervento di Nina Leone, Italia D’Acierno e Silvia Curcio, tre lavoratrici del gruppo Fiat/FCA.
Un intervento che, insieme a quello di Edda Pando sulla condizione delle donne (e degli uomini) migranti, mi ha ridato la misura dello sfruttamento “operaio” e di quanto esso resti uno dei fondamenti dell’odierno sistema capitalista.

Le tre lavoratrici dell gruppo Fiat /FCA ci hanno spiegato, con dovizia di particolari, cosa ha significato l’adozione del sistema di organizzazione della produzione che prende il nome di World Class Manufacturig (WCM) introdotto da Sergio Marchionne come scelta strategica per aumentare la produttività dell’azienda.
A parole il WCM , fondato su principi di natura manageriale e tecnica, avrebbe dovuto efficientare la produzione riducendo i costi e gli sprechi, garantire la sicurezza dei lavoratori, promuovere il loro coinvolgimento nella gestione del processo produttivo.
Al contrario il WCM si è da subito configurato, probabilmente per l’asimmetria di potere che contraddistingue gli attuali rapporti di forza sui luoghi di lavoro “classici”, come uno strumento orientato all’aumento dei profitti aziendali.

Accanto al WCM è stato adottato anche il sistema chiamato Ergo-Uas che avrebbe dovuto garantire l’armonizzazione tra l’ergonomia (cioè l’individuazione delle soluzioni più idonee alle esigenze psicofisiche dei lavoratori e al a quelle della produzione) e la produttività. Anche in questo caso l’ armonizzazione non si è affatto realizzata.
Anzi il sistema è servito ad indicare alle lavoratrici ed ai lavoratori i movimenti più adatti per assemblare un motore nel minor tempo possibile, partendo dalla considerazione che un minuto perso nell’assemblaggio si traduce in una perdita di profitto.

Da questo punto di vista, hanno sottolineato Nina Leone, Italia D’Acierno e Silvia Curcio, tutte quelle attività come ad esempio camminare per prelevare attrezzi e materiali di montaggio sono stati ritenuti sprechi di tempo e si è quindi provveduto ad avvicinare i pezzi da montare alle postazioni. Tutto ciò ha aumentato in modo esponenziale i carichi di lavoro, la velocità è divenuta più importanza della forza ed ha contribuito a rendere più intensa l’attività lavorativa, ha dilatato lo stress fisico e mentale insieme alla paura di ripercussioni disciplinari in caso di ritardi sulla tabella di marcia.
Una di loro, Italia D’Acierno, la “signora delle mestruazioni” come viene definita, ha raccontato di una lotta che, da oltre 4 anni, la vede protagonista insieme ad altre donne.. Tra i gesti materiali e simbolici che hanno caratterizzato l’avvento del WCM c’è stato quello dell’adozione delle tute bianche e non più blu. “Immaginate un metalmeccanico che lavora con grasso ed olio (il grasso non è stato abolito e neanche l’olio soprattutto nel settore della meccanica) per 8 ore vestito come un infermiere? Ed immaginate una operaia giovane – non in menopausa – che almeno una volta al mese per 5 giorni minimo lavora sempre 8 ore (con 48 minuti di pausa) con le mestruazioni ed un pantalone bianco?” ha detto Italia. Per le donne con le mestruazioni il pantalone bianco è un’altra fonte di stress e di imbarazzo e rende visibile come il potere in fabbrica abbia una dimensione di genere oltre che di classe.

Il WCM e l’ ERGO-UAS hanno dunque spiegato le lavoratrici Fiat possono essere considerati veri e propri strumenti di “governo della forza lavoro” con l’obiettivo di neutralizzare i conflitti, promuovere un’intensificazione dei ritmi e dei carichi di lavoro per ottenere plus valore e quindi peggiorare la condizione delle lavoratrici e dei lavoratori.

Un quadro così preciso della realtà in una delle maggiori realtà industriali italiane mi ha messo di fronte ad alcuni interrogativi:

• negli ultimi trent’anni molti milioni di persone non hanno più avuto diritti o li hanno persi, la precarizzazione del lavoro e della vita è diventata la misura del vivere, una lotta di classe all’incontrario (come ci ha ricordato l’indimenticato Luciano Gallino in un suo libro) ha impedito di sperimentare l’efficacia di divenire “classe” producendo solitudine e spaesamento. Si sono così rafforzate le gerarchie che esistono nel corpo sociale determinando una società asimmetrica, violenta ed ingiusta . La rappresentazione, anche simbolica, dei rapporti di potere dentro le fabbriche così come ci hanno spiegato le lavoratrici FIAT non è, ancora una volta, uno dei paradigmi sui quali si è costruito tutto ciò? Possiamo davvero comprendere le tendenze in atto nel sistema capitalista attuale se non prestiamo la dovuta attenzione al lavoro “operaio”, che non è affatto scomparso?

• Il movimento femminista internazionale di “Non Una Di Meno” ha riportato sulla scena un femminismo che vuole andare alla radice delle disuguaglianze e dello sfruttamento per “portare alla consapevolezza “ come ebbe a dire Angela Davis “di ciò che il capitalismo è”. Il movimento ha lanciato, per la giornata dell’8 marzo, lo sciopero globale femminista come “ lo strumento più potente che consente la sottrazione dal lavoro produttivo e riproduttivo” . Uno sciopero di tipo nuovo e in modalità inedite (così come avviene, su un altro piano, con lo “sciopero per il futuro” del movimento ambientalista lanciato da Greta Thunberg). Sempre inteso però come forma di lotta ed al contempo come costruzione di socialità ed alternativa. In Spagna lo scorso 8 marzo lo sciopero ha bloccato interi pezzi di paese anche grazie al fatto che i più importanti sindacati spagnoli hanno saputo cogliere il carattere “rivoluzionario” di un tale sciopero e se ne sono fatti promotori . Come fare in modo che questo possa avvenire anche in Italia per far sì che il prossimo 8 marzo lo sciopero globale femminista riguardi ogni ambito del lavoro produttivo e di quello riproduttivo e veda il protagonismo delle lavoratrici di quei luoghi di lavoro dove il capitalismo mostra la sua faccia più feroce?

*L”articolo è stato pubblicato su https://www.transform-italia.it/di-fabbriche-sfruttamenti-e-scioperi-per-un-femminismo-del-99/