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Report del Convegno “La vita al lavoro, il senso dei lavori: pensieri e pratiche femministe”

Convegno internazionale

Libertà delle donne nel XXI secolo 2019

LA VITA AL LAVORO, IL SENSO DEI LAVORI: pensieri e pratiche femministe”

Roma, Casa Internazionale delle Donne, 11-12-13 ottobre 2019

REPORT a cura di Chiara Giunti (Gruppo di lavoro resp. del Convegno)

Venerdì 11 sessione di apertura (17,30-19,30)

BENVENUTE! di Francesca Koch**, presidente della Casa Internazionale delle Donne

Giuliana Beltrame (Gruppo di lavoro responsabile del Convegno) Introduzione

Siamo alla seconda tappa di un percorso che abbiamo iniziato nel 2016 e che è approdato con l’organizzazione del Convegno a ottobre 2017 “Libertà delle donne nel XXI secolo: parole e pratiche oltre i fondamentalismi” nel quale si ragionò, in chiave femminista ed in dimensione internazionale, dell’ascesa dei fondamentalismi di natura diversa, ma che sono sempre “totalizzanti” ed “escludenti”: i fondamentalismi religiosi o ideologici a oriente e occidente la cui ossessione è cancellare la possibilità per le donne di disporre liberamente del proprio corpo e della propria mente.; quello “tecnologico-scientifico” e a quello del “libero mercato o del capitalismo!”: dal dominio della tecnologia sui nostri corpi alle guerre, i loro effetti disastrosi sono sotto i nostri occhi.

Dentro questo primo convegno nacque l’esigenza di riflettere ulteriormente sulle trasformazioni, anche di senso, subite dal lavoro di produzione e riproduzione sociale e domestica cercando di far emergere, in un quadro che in pochi anni ha visto una trasformazione radicale delle strutture produttive, delle relazioni di e nella produzione/riproduzione, delle relazioni sociali e del quadro geopolitico.

Nell’organizzare questo secondo convegno abbiamo mantenuto fede ad alcune scelte metodologiche di fondo:

  • tenere insieme Pensieri e Pratiche che, negli anni, le femministe europee hanno elaborato e praticato, ma che in maniera troppo episodica hanno messo in comune;

  • mettere a confronto pratiche femministe diverse, lotte ed esperienze, dando forza alla ricerca di alternative possibili e anche slancio per una diversa visione del mondo, cercando insomma di mantenere una connessione tra pratica e teoria;

Le domande da cui siamo partite:

  • come si coniuga nel 21° secolo la libertà delle donne con il lavoro? E prima ancora, è possibile coniugare la libertà con il lavoro nel 21° secolo?

  • Che fine ha fatto il vecchio welfare? Ne sta nascendo uno nuovo?

  • L’organizzazione del lavoro a cavallo tra innovazione tecnologica e sfruttamento neo schiavistico quali ricadute avrà sulle condizioni di vita collettiva per tutte e tutti?

  • Come si manifesta una pratica femminista dei “beni comuni” laddove ci sono state esperienze in questo senso? E può questa pratica diventare una “politica” europea?

Dopo l’introduzione che affronterà il tema dal punto di vista qualitativo e quantitativo nella evoluzione/involuzione che ha caratterizzato le politiche sociali europee, nella prima sessione ci sarà un primo confronto tra le esperienze nei diversi paesi europei da cui provengono le relatrici per capire come i profondi cambiamenti che investono il lavoro e quelli che attraversano le donne, che ne sono diventate soggetto protagonista, ne impongono una rilettura con uno sguardo femminista, quindi critico, sulla libertà,mettendo in relazione il lavoro con la condizione di vita e sociale e con quanto lo Stato provvede, o più spesso non provvede, alle mutate esigenze e domande delle donne.

Assistiamo alla progressiva riduzione delle sicurezze e dei diritti, che talvolta sembra più indirizzata a ristabilire condizioni di servaggio e non solo di sfruttamento e che caratterizza l’esperienza di un precariato non solo lavorativo, ma esistenziale  che trova una delle espressioni più evidenti nella condizione delle tante donne immigrate.

Nella seconda sessione vogliamo ragionare sul senso del lavoro oggi per capire se esso può ancora rappresentare uno “strumento” di emancipazione ed autodeterminazione e quindi di lotta contro ogni forma di alienazione, sfruttamento e dominio imposti dal sistema patriarcale e dal mercato capitalista. Troppo spesso ci viene spacciata come “libertà” la solitudine e in cui si svolge la nostra vita e come “socialità” una connessione puramente virtuale forse per farci accettare la precarietà reale che diventa sofferenza e troppo spesso impotenza.

Nella terza sessione vogliamo invece dare spazio a tutte quelle esperienze che mettono in campo pratiche e pensieri che vogliono sovvertire lo stato di cose presenti.

Ringraziando la casa internazionale delle donne che con la sua azione e la sua resistenza incoraggia tutte noi e Transform che ha reso possibile questo appuntamento, non ci resta che augurarci un BUON LAVORO.

** ci scusiamo con Francesca Koch perché non c’è la registrazione del suo intervento

  

Katerina Anastasiou (Transform! Europe)  (english below)

La “securizzazione” è al centro delle politiche dominanti attualmente. Liberisti, razzisti, sessisti, alimentano la paura nella società e vendono le loro agende politiche nel quadro di una promessa sicurezza. Così promuovono la loro idea di sicurezza militarizzata creando insicurezza sociale. Dalla precarietà del lavoro e della vita contemporanea ai controlli militarizzati dei confini tutto serve allo stesso scopo. Creare nemici alla base della società e diffondere la rabbia dall’alto verso il basso delle classi sociali.

Anche i temi femministi sono stati strumentalizzati per promuovere questo concetto reazionario di sicurezza. Durante il “congresso della famiglia” a Verona è stato detto che l’aborto è la motivazione più importante del femminicidio, manipolando così una legittima paura delle donne per la propria sicurezza, anche se sappiamo che la maggior parte dei femminicidi sono opera di familiari nelle proprie case.

AfD (Alternative fur Deutschland, estrema destra n.d.r) ha messo in Germania manifesti che illustrano una donna incinta con lo slogan: “Ci facciamo i nostri tedeschi per conto nostro” richiamandosi in tal modo alla loro teoria neofascista e razzista della “Grande sostituzione” e nello stesso tempo dicendo alle donne di tornare a casa.  Ogni organizzazione di estrema destra cerca di manipolare la libertà delle donne per giustificare il loro razzismo e politica assassina. Allo stesso tempo e nonostante cerchino di posizionarsi come anti-establishment  liberista, promuovono modelli di famiglia anni ’50. Per loro le donne devono stare a casa ad occuparsi di anziani, bambini e lavori di casa. Così chi ha bisogno di istruzione, sanità pubblica? Di femminismo? Per loro mandare le donne a casa rende il bisogno di manodopera in Europa obsoleto!

E’ essenziale per il movimento femminista rendersi conto di questi modelli di sicurezza militarizzata che vengono promossi e lavorare insieme ai movimenti di solidarietà con i migranti, movimenti dei lavoratori, ambientalisti.  Dobbiamo sviluppare i nostri propri concetti e contro- narrazioni avverse a politiche che alimentano la paura e la “securizzazione” delle nostre vite. Dobbiamo resistere al permanente stato di insicurezza.

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” Securitization is the center dominant politics in our times. Neoliberals, racists and sexists feed in the society with fear and sell their political agendas in the context of a promised security.  Thus they promote their idea of militarized security, through creating and enhancing social insecurity. From the precarity of contemporary working and living conditions, to the militarized border controls all serves the same purpose. Create enemies on the basis of society and shift the anger from the top to the bottom of the social classes.

Also feminist issues have been instrumentalized to promote this kind reactionary security concepts. Posters in Verona, during the reactionary “Family congress”, were warning that “abortion is the biggest reason for feminicid”, thus manipulating the legitimate fear of women for their safety, although we know that most of feminicids happen through family members and inside their own homes.

AfD had posters in Germany that illustrate a pregnant woman with the slogan ” We make new Germans ourselves” – addressing this way their neo-fascist, racist theory of the “Big replacement” and at the same time calling on women to go back into the household. Every far-right organization tries to manipulate women freedom to justify their racism and murderous politics. At the same time, and although they try to positions themselves as anti-establishment- neoliberal to the core as they are, they promote family models of the 50’s. In their view women have to stay at home and look after the elderly, children and households. This way who needs public education, public care and feminism? In their view, sending women back at home makes the need for working hands in Europe obsolete.

It is immanent for the feminist movement to recognize these promoted models of militarized securitization and work together with migrant solidarity movements, labor movements and environmental movements. We need to develop our own concepts and counternarratives against fearmongering politics and the securitization of ours lives. We need to resist the permanent state of insecurity. ”

 

Antonella Picchio (Università di Modena e Reggio Emilia) Il quadro generale, analisi e riflessioni

Lo sguardo delle donne come punto di partenza e di vista

Non Una Di Meno (NUDM) è la vera novità di questi anni: soggetto politico transnazionale, transezionale, trasversale: un soggetto di prospettiva che vede, riflette sull’esperienza di vite in contesto e agisce sulle condizioni reali di vita. Segna la prospettiva e il terreno di trasformazione. Sposta la visione, l’analisi e le pratiche politiche, direttamente sul processo di vita di uomini e donne in carne ed ossa.

Lo schema analitico per mettere a fuoco i processi reali di vita richiede un’estensione dei lavori al lavoro non pagato, un’ espansione del senso dello standard di vita in ben-essere multidimensionale e un approfondimento della visione strutturale del sistema, a comprendere le condizioni effettive di sostenibilità, i processi materiali e sociali e i conflitti.

50 anni di negoziazioni sul lavoro di riproduzione sociale non pagato

Un lavoro di riproduzione non sostituibile o conciliabile (tempi e spazi), alla base del lavoro salariato, determinante normale, generale e persistente delle ineguaglianze di genere nel lavoro pagato (ILO, 2018), cfr. Statistiche internazionali (Piattaforma Pechino 1995).

Lo Sciopero globale come nuovo strumento di lotta all’altezza dei processi.

Le Crisi del capitalismo attuale

Crisi ricorrente di “povertà nell’abbondanza”: crisi finanziarie, reali e sociali molto gravi per dimensione ed estensione. Non se ne esce spontaneamente con una migliore qualità dello sviluppo: tensioni e contraddizioni profonde. Ha avuto una lunga preparazione, legata alla netta inversione di direzione nella distribuzione del reddito tra popolazione lavoratrice dipendente da redditi da lavoro e classi con reddito derivante da proprietà (profitto e rendita).

Liberismo aggressivo e fondamentalista, accettato come modernizzazione anche dalla sinistra europea. Finanziarizzazione dell’economia. Si tratta di reazione a politiche keynesiane il cui effetto era stato un aumento dei salari reali e sociali, della sicurezza, dei diritti, del livello di salute e di istruzione: un aumento del benessere per un’assunzione di responsabilità dello stato verso piena occupazione e le condizioni di vita della popolazione.

Reazione contro Stato, tassazione regressiva, che comporta tagli al welfare, privatizzazioni, politiche di bilancio deflazionistiche, contenimento dei salari, smantellamento diritti, precarizzazione. Rischi scaricati a livello individuale: sulle pensioni, sulla malattia. Finanziarizzazione dei salari: mutui sulla casa e carte di credito, moltiplicazione titoli finanziari su rischi dei processi di vita, con la bolla speculativa si perde traccia di pagatori di ultima istanza: i rischi si scaricano sullo stato, che li trasferisce fiscalmente sui lavoratori e le lavoratrici.

Lavoro come merce: secondo l’economia politica classica (Quesnay, Smith, Ricardo Marx): il lavoratore è proprietario della sua forza lavoro, ‘libero’ di venderla, ma dipende dal compratore (capitalista) per la sua sussistenza, l’ insicurezza della sussistenza è la vera chiave comando sul lavoro. Comando interiorizzato dal senso di persistente insicurezza rispetto alle proprie condizioni di vita. Il lavoratore salariato è figura ambivalente tra schiavo e cittadino libero. Il concetto di sussistenza: ciò che è convenzionalmente necessario per mettere in grado di lavorare e di riprodurre la “razza” della popolazione lavoratrice. Sostenibilità nel tempo del processo di riproduzione sociale, salario e nucleo familiare, relazioni e responsabilità, vulnerabilità generale e persistente. Vulnerabilità dell’animale umano come chiave dello sviluppo umano (Mandeville, Smith, Marx,…. Gould).

Il salario: teorie Il salario di sussistenza

come i cavalli” gli animali umani (mezzo di produzione) devono essere messi in condizione di lavorare.

Costo di riproduzione sociale della popolazione: è il prezzo di una merce diversa, determinato separatamente dagli altri prezzi.

Dal “lavoratore” (astrattamente neutro in realtà maschile) a due soggetti: donne e uomini

Corpi, menti e relazioni, corpo e storia, biologia e società.

La differenza sessuale e le diseguaglianze di genere richiedono due sguardi relativamente a:

Lavoro salariato: neutro e astratto

Lavoro di riproduzione sociale non pagato

Divisione dei lavori, delle risorse e delle responsabilità

Il problema della conciliazione come tensione strutturale, non femminile e fatto di costume

La questione maschile: vulnerabilità e potere

Riconoscere vulnerabilità normali anche dei soggetti forti legate a corpi (mente-passioni-relazioni)

Attenzione al processo reale che mette anche i soggetti forti in grado di lavorare e agire nello spazio pubblico

La conciliazione dei tempi di vita e di lavoro non è un problema femminile, rivela una profonda frattura del sistema sociale nella produzione, distribuzione delle risorse e nel senso del produrre e riprodurre. Oggi si verifica l’inversione tra mezzi e fini, le vite diventano mezzi e le merci fini.

La conciliazione del vivere e del produrre come responsabilità sociale e pubblica comporta:

Distribuzione di risorse, lavori, responsabilità, norme sociali e giuridiche sugli accessi alle risorse, liberare relazioni intime dal peso di profonde tensioni strutturali, non controllo sulle vite, ma predisposizione di un contesto pubblico in cui si tenga conto della sostenibilità e della qualità del vivere e del convivere di persone reali

Caminantes no hay camino, el camino se hace andando” (Antonio Machado)

Percorso pragmatico, socializzato, collettivo, riflessivo. Non meccanico e ottimizzante (economia marginalista), non deterministico (economie socialiste), non utopistico, saltare direttamente in un mondo migliore.

Faticoso, rischioso, necessario, drammatico, esaltante, se esperienza comune. Occorre tenere insieme come metodo lavoro politico e qualità della vita.

Giovanna Vertova (Università di Bergamo) – Lavoro e welfare in Europa: una analisi di genere dei dati

Labour market statistics (.000), Italy (Fonte Eurostat) 2000-2018 – Statistiche del mercato del lavoro, in Italia (Fonte Eurostat), nel periodo di insieme 2000-2018:

Employment, unemployment, inactivity (F IT/tot EU) – Occupazione, disoccupazione, inattività ((F IT/tot Europa): per le donne italiane il tasso di inattività è il doppio degli uomini – di fatto smettono di cercare lavoro.

Employment by sectors (F IT/tot) – Occupazione per settori (F IT/tot EU): il 50% delle donne italiane lavora nei servizi (55% in Europa)

Employment by occupations (F IT/tot) Occupazione per tipo di lavoro (F IT/tot EU): il 55% ca. delle donne it. lavora nelle attività impiegatizie rispetto al 20% europeo- con un netto scostamento della tendenza in più per l’Italia e invece in meno per l’Europa dal 2011; il 27% ca. nelle attività manageriali – con uno scostamento netto in calo da oltre il 30% sempre dal 2011, rispetto al 34% ca. europeo che si è mantenuto invece stabile.

Temporary, PT, involuntary PT (F IT/tot) – Lavoro temporaneo, Part time, Part time involontario (F IT/tot EU): per le donne PT e PT involontario molto alto fra 70% e 80% sia in Italia che in Europa

Total public expenditures (euro per-capita) – Totale spese pubbliche (euro – per-capita): nel 2017 quasi parità fra spesa italiana ed euopea, ma quella italiana aumentata nel complesso di meno fra 2008 e 2017.

Public expenditures pro-capite for «Family and Children» – Spesa pubblica per Famiglia e bambini e Public expenditures for «Defense» – Spesa pubblica per Difesa: quasi la stessa sia in Italia che in Europa

Ore medie giornaliere per «Care» – Lavoro di cura: fra 2005 e 2015 per le donne it. da 5,5% a 3,5% (diventato uguale al dato europeo), per gli uomini it. da 3,5% a 2,8% (uguale in Europa) – sempre superiore per le donne

Ore medie settimanali per «Housework» – Lavoro domestico: fra 2005 e 2010 per le donne it. calato dal 19,5% al 14,2% (Eu 15,8%), per gli uomini it. leggermente calato dal 8,5% al 8,1% ma sempre inferiore al 9,6% europeo.

Emerge dai dati tutto il circolo vizioso della condizione lavorativa delle donne:

Tanto lavoro domestico/di cura svolto prevalentemente dalle donne → Diseguale partecipazione al Mercato del lavoro: segregazione occupazionale, disuguaglianza contrattuale, retributiva e pensionistica → Minore contribuzione al bilancio familiare, da parte delle donne → Rinuncia, parziale e totale, del lavoro pagato da parte delle donne quando la conciliazione diventa complicata o impossibile, per farsi carico del lavoro domestico/di cura → ed il circolo vizioso ricomincia.

***La sessione si conclude con la presentazione del numero di DWF “Lavori aperti” 19,30-20 da parte della curatrice Sandra Burchi (Università di Pisa)

sabato 12 prima sessione IL QUADRO DELLA SITUAZIONE

Panel 1 – La vita al lavoro 10.00-12.00Alessandra Mecozzi coordina

Tania Toffanin (Università di Padova) Lavoro produttivo e riproduttivo

Dopo e per effetto della crisi 2007-2008: diminuito del 2% tasso di natalità in Europa e aumentate aspettative di vita – come queste due dinamiche incidono su produzione e riproduzione sociale,  il lavoro e condizione delle donne?

Abbiamo il paradosso dell’esortazione cattolica a procreare (vedi anche fascismi) in corrispondenza del calo del welfare e delle controriforme pensionistiche e deregulation lavoro – i dati eurostat forniscono un quadro desolante – specie europa mediterranea.   L’amministrazione di Verona esalta la maternità senza servizi – il tasso di inattività femminile delle donne in età lavorativa si è ridotto del 15% – ma come vivono e lavorano le donne in Europa?

Negli ultimi 20 anni (dall’Euro) abbiano una riorganizzazione radicale nella sfera produzione/riproduzione/consumo – finanziarizzazione e aumento della polarizzazione e quindi della disuguaglianza sociale – che grava più sulle donne come effetti negativi: precarizzazione dei vissuti e disimpegno dei governi dalla produzione di beni collettivi.

Citando Harvey: la contraddizione capitale lavoro è sempre presente ma è aumentata contraddizione fra produzione e riproduzione sociale: le donne accedono di più al lavoro retribuito ma a caro prezzo – inoltre viviamo la femminilizzazione della povertà: le donne lavorano di più ma sono più povere.

Ad essere occupate fra 55 e 65 anni non sono tutte le donne ma quelle autoctone e nell’impiego pubblico – la povertà è aumentata per le donne con le controriforme del lavoro specie in Germania e Italia – per le donne abbiamo o l’ingresso nell’area grigia del mercato del lavoro e del tempo parziale involontario – in Italia triplo media europea – Le donne over 50 sono più presenti ma la crisi dell’industria le spinge a casa a fare lavori di cura e lavori precari e discontinui (cita interviste Emilia Romagna e Veneto) dopo 30 anni di lavori fuori casa – questo produce malessere, esteso ricorso a farmaci, depressione, malattie.

Le donne non hanno mai la giusta età per lavoro stabile e retribuito! E sono strette fra il loro lavoro, la cura dei figli precari e dei genitori anziani.

da sin Chiara Giunti, Skerdilajda Zanaj, Heidi Meinzolt, Annick Coupé, Tania Toffanin, Alessandra Mecozzi

Annick Coupè (Francia – Attac) Egalité dans la loi, mais inegalités dans la realité – Eguaglianza nella legge, ma disuguaglianza nella realtà

L’aspetto formale della parità legislativa uomo donna non è quello reale: quali le cause di tale disparità?

In Francia e in altri paesi europei la parità non è un fatto naturale – resta una grande sfida politica che chiama in causa il tipo di società: disuguaglianze di classe e di origine come quelle di genere preesistono – mercato del lavoro in Francia per le donne: da 50 anni conquiste reali delle lavoratrici salariate ma disugulianza continua – sempre scarto salariale differenze negli avanzamenti di carriera.

Sempre più donne qualificate che accedono alle professioni più nobili – da 7 a 14 milioni di donne attive nel 900 quella maschile solo da 13 a 16 milioni – anni 60 donne 1/3 popolazione attiva oggi la metà in Francia – l’altra importante trasformazione della fine del 900 è quella dell’accesso a scuole e università: al 1971 le ragazze hanno superato nei diplomi e nelle lauree i maschi – stagnazioni e regressioni il mondo del lavoro che non si è mescolato ma è segnato da pesanti discriminazioni di genere – i settori lavorativi sono divisi in base ai generi – C’è il non mescolarsi delle professioni – Una femminilizzazione massiccia dei lavori meno pagati e meno considerati socialmente – fra donne aumento dello scarto fra dirigenti professioniste (ingegnere) operaie e pensionate – le donne sono in maggioranza nella sottooccupazione: lavorano ma non ce la fanno a guadagnarsi da vivere sufficientemente – il lavoro part time produce pauperizzazione – salari inferiori al minimo con donne spesso sole con figli a carico.

Sotto la pressione delle lotte femministe dagli anni 60 si sono fatte molte leggi per la parità sul lavoro ma le disuguaglianze sociali resistono – scarto salariale al 17% sul tempo pieno e 25% in generale – 2/3 di donne sono a salario minimo.

Col pensionamento le differenze aumentano ben al 39% – più povere in pensione – da molto tempo nelle rivendicazioni sindacali si sono incluse esigenze delle donne, una serie di azioni giuridiche hanno permesso conquiste per settori impiegatizio e ruoli quadro. Donne più visibili nelle lotte sociali (infermiere 30 anni fa e oggi nei Gilets jaunes) – si realizzano alleanze fra una parte del mondo sindacale e femminista; per 8 marzo sciopero globale ma ancora scarsa considerazione da parte dei sindacalisti – per de-costruire e combattere le disuguaglianze sul lavoro è di dominio patriarcale che dobbiamo parlare!

Heidi Meinzolt (Germania, WILPF) I diritti delle donne oltre il caso delle aziende

Inizio citando una donna tedesca di 100 anni fa: l’economia deve servire i bisogni della gente non quelli del profitto e dei privilegi – oggi turbolenze e instabilità su tutti i piani – la lista è lunga- impatto complesso sulle relazioni di genere – protestiamo contro guerra e disuguaglianze prodotte dalle politiche di austerità – la BREXIT è solo ultimo esempio – numerosi studi dimostrano che nei conflitti bellici aumentano le differenze di genere le violenze e lo sfruttamento sessuale delle donne, idem nelle situazioni post belliche: aumentano gli abusi anche in Germania a tutti i livelli – retribuzioni basse anche se non come in Francia – occupazione precaria- cure non retribuite – lavoro forzato – specie nelle comunità rurali le donne sono vittime di inquinamento – mentre difendono i beni comuni e le risorse naturali.

La crescita sembra ancora obbligatoria malgrado la crisi climatica – ed è una contraddizione che questo sia chiamato women’s empowerment – occorre provare a discutere di alternative, le donne svizzere e spagnole mostrano che si deve andare in strada. Ma in Germania questo non funziona!

A livello di ONU abbiamo il Global compact on business and women’s rights che tuttavia non ha sviluppato una vera dinamica trasformativa. Ma i diritti umani sono obbligatori e universali!

L’economia politica femminista non è qualcosa di aggiuntivo ma deve essere integrante della politica economica: ci vuole un cambiamento di sistema non piccole riforme – da Pechino 1995 conferenza mondiale sulle donne continua tendenza a spese militari eccessive – dobbiamo continuare nella campagna WILPF per spese alternative in educazione salute non spese militari – su questo c’è un libro che uscirà adesso.

Skerdilajda Zanaj (Università del Lussemburgo) Il divario di genere in Albania

In Albania c’è un tasso al lavoro più alto dell’Italia ed un tasso altissimo delle studentesse universitarie, quali le cause in un paese così povero (il più povero di Europa)?

Molte le determinanti dei divari di genere e delle disuguaglianze: storiche – geografiche – relative alle norme sociali – allo sviluppo economico e della società. Traccia rapidamente le varie fasi prima e dopo il 1989.

Geografia: 70% montagne con piccoli villaggi

Culture e norme sociali: la religione come fattore di peggiori condizioni dei diritti delle donne –

Nel 1967 l’Albania si dichiara il primo paese ateo al mondo: da lì è esploso il cambiamento per le donne.

Ma c’è un conflitto fortissimo nella famiglia albanese di oggi – forti disuguaglianze mercato lavoro (diap)

educazione per genere: le donne docenti universitarie sono il 45%! (Lussemburgo 15%)

studenti universitari: 44% uomini 66% donne

nella politica: 30% parlamentari donne nel 2018 – le donne sono più attive sulle questioni delle donne della salute e dei servizi

Il 40% di donne albanesi lavora nelle scienze e tecniche.

In Albania c’è però un altissimo tasso di femminicidi, tra i più alti di Europa: la reazione patriarcale violenta alle conquiste di libertà delle donne?

Prima Sessione – panel 2 (12.00-13.30) Traformazioni nel lavoro e politiche regressive in Europa

Chiara Giunti coordina

Enrica Rigo (Università Roma 3) Migrazioni, mobilità e riproduzione sociale

In questo mondo in movimento quali i punti chiave della relazione fra produzione e riproduzione sociale?

Centrale il nesso fra migrazioni e femminismo. NUDM è un tentativo importante del passaggio dal guardare alle donne dentro i processi migratori all’offrire una prospettiva femminista sulle migrazioni. Già dagli anni 80 si forma una prospettiva di genere negli studi sui flussi migratori: le donne hanno un ruolo decisivo nelle stabilizzazione dei/le migranti, chi resta è donna. Negli studi mainstream sulle migrazioni questa ottica non c’è. Una prima prospettiva è data dal contributo delle stesse migranti nella riproduzione sociale: hanno messo in luce come anche il lavoro riproduttivo è centrale. Nei paesi d’origine pure: c’è una catena globale dei lavori riproduttivi.

Una seconda prospettiva è data dalla teoria della riproduzione sociale: la condizione delle donne migranti come condizione paradigmatica dell’intersezionalità: “genere/classe/razza”. La più subordinata è la donna immigrata.

La terza prospettiva: come si riproducono le migrazioni? Quanto il nesso centrale fra produzione/riproduzione è una pratica di riappropriazione di potere? Prospettiva femminista sulle migrazioni: svelare nesso produzione/riproduzione come espressione del rapporto politico di comando. Alcuni esempi: nei ricongiungimenti familiari il diritto non considera lavoro la riproduzione domestica. Tutta la mobilità in Europa è centrata sul lavoro produttivo. Anche i passi avanti fatti sulla definizione di lavoro si sono avute grazie a donne che svolgono lavoro riproduttivi. Differenza fra migrazione di lavoro o forzata. La condizione di profuga: considerata parassitaria e quindi femminilizzata. Possibilità di accesso al lavoro: marginalizzazione delle donne. Inoltre Salvini ha tolto la protezione umanitaria, mentre il 50% dei lavoratori non europei in agricoltura sono qui su base umanitaria. I ghetti ed il caporalato non sono modificati di una virgola, e nemmeno il prezzo dei pomodori. Rivendichiamo libertà di movimento: potere nei confronti del sistema.

Le morti nel Mediterraneo. Dal 2011 non facciamo più i Decreti flussi. Negli anni precedenti c’era un inserimento di lavoratori non europei, ora si prendono i migranti forzati privi di diritti. Dal 2014 al 2017 il numero delle donne richiedenti asilo è triplicato (che arrivano da mare e da terra, vedi Ucraina). Chiudiamo le frontiere quando arrivano soprattutto donne? Proprio le donne che consentono integrazione e stabilità.

Borbala Juhàsz (Hungarian Women’s Lobby) Backlash in women’s rights, the “gender ideology” debate , the labour market and “family mainstreaming” in Central-Eastern Europe – Arretramento nei diritti delle donne, il dibattito sull’”ideologia del genere”, il mercato del lavoro e il “mainstreaming-senso comune dominante-familiare” nell’Europa centro-orientale

In Europa centro orientale quale differenza fra la condizione attuale e prima del 1989, e come agiscono le politiche europee sulla condizione delle donne. Quali le risposte dei movimenti delle donne?

Il mio intervento è fondato su due studi, uno commissionato dal Parlamento europeo e l’altro dalla Lobby femminista. Si voleva andare a fondo sulla regressione politica dell’Ungheria e della Polonia. È saltato il diritto di tutela delle donne. In alcuni paesi questo contraccolpo si è tramutato in politiche vere e proprie, fra cui Polonia e Ungheria: smantellato il principio di uguaglianza fra generi. Introdotto un concetto che bypassa l’uguaglianza o non la considera. In Ungheria ci sono pochi rifugiati per la presenza del muro. Chi arriva come rifugiato non viene accolto.

La campagna contro l’ideologia di genere è il loro “cavallo di Troia”.

Il femminismo secondo questi reazionari mira alla distruzione della famiglia. Essi si ritrovano in una rete internazionale presente in molti paesi. Ci sono alcuni studi che indicano come Putin sostenga e finanzi questa rete. Reazione alla modernità, politiche identitarie. La parola genere è stata utilizzata come differenze fra donne e uomini ma qui divenuto termine ambiguo.

Esiste una resistenza agli attacchi. Il femminismo di stato ha tuttavia indebolito la resistenza. Nel 2011, c’era già questo governo, l’Ungheria ha ospitato una Conferenza Europea: nel panel sulla parità di genere non più un focus su genere/lavoro ma su lavoro e famiglia. La donna assimilata tout court alla famiglia. Vi lascio lo studio. Questo segnala che il CEO, organismo universitario, ha lasciato l’Ungheria per impossibilità ad operare. Il lascito del socialismo ha avuto un ruolo determinante. Il “mainstreaming family”è nato in Ungheria: al centro la coppia bianca sposata eterosessuale. Il primo ministro Orban ha vinto di nuovo: contro i migranti che rubano il lavoro, contro le persone che non accettano il “mainstreaming family”. Quest’ultimo va a sostenere le classi agiate e le donne ungheresi sopra i 18 anni.

Pari opportunità o mainstreaming femminile è considerato come retaggio comunista od ebraico. L’avvento del comunismo avrebbe secondo questa ideologia reazionaria determinato un ingresso forzato delle donne nel mercato del lavoro. Il femminismo considerato minaccia alla maternità.

Libertà donne Borbala Juhasz_IntFeministC_Roma2019Oct12

Pilar Garcia Carrasco (Spagna, Sindaca di El Bosque regione di Cadice) La lavoratrice andalusa negli ultimi decenni, storia, lotta e politiche

La condizione delle donne spagnole oggi, in particolare nella Regione dell’Andalusia. E quale rapporto fra un maggiore ruolo attivo delle donne in politica e la vita complessiva delle donne?

Analisi della vita delle donne nella regione dell’Andalusia. Presenza in politica: luci e ombre.

Andalusia: la più povera regione della Spagna. Ci sono due concetti chiavi: il nesso fra lavoro produttivo e riproduttivo, l’invisibilità del lavoro riproduttivo. Pochi gli studi e le indagini sull’Andalusia. Quando guardiamo le ore di lavoro delle donne queste sembrano inferiori a quello dell’uomo perché non vengono considerati i lavori non retribuiti, in particolare quello domestico. Spesso le donne sacrificano la loro carriera professionale a causa dei carichi domestici. Il tasso di occupazione femminile è ancora basso. La disoccupazione è più elevata fra le donne. La segregazione professionale è basata sul sesso: per le donne ci sono lavori con scarsa rilevanza sociale. Quindi anche i salari delle donne sono inferiori. Il divario si traduce in pensioni più povere. L’assunzione dei lavori domestici peggiora la condizione delle donne. Importanza dell’educazione.

Ci sono stati miglioramenti : la vita di mia nonna è stata peggiore. Anche la mia mamma ha vissuto sotto Franco, non ha potuto studiare, fascismo e cattolicesimo insieme, poi arriva la mia generazione migliore sotto alcuni punti di vista ma siamo precarie ed attaccate.

La presenza delle donne in politica è aumentata, la rappresentanza delle donne però è ancora bassa. Non solo dobbiamo occupare ruoli politici ma anche lottare per farci riconoscere ed ottenere rispetto. Anche i maschi che riconoscono l’importanza del femminismo non mettono in discussione il proprio potere. Dobbiamo lottare, cambiare le leggi promuovere politiche che superino le disparità economiche.

Seconda Sessione IL SENSO DEL LAVORO

panel 3 (15.00-17.00) Identità, autonomia e percorsi di vita

Barbara Pettine coordina

Silvia Curcio, Italia D’Acierno, Nina Leone (operaie FIAT-FCA) Testimonianze

Tre lavoratrici del gruppo Fiat /FCA hanno illustrato il sistema di organizzazione della produzione introdotto da Marchionne, il World Class Manufacturig (WCM) che da subito si è configurato come strumento orientato all’aumento dei profitti aziendali a tutto discapito delle condizioni di lavoro.

Accanto al WCM è stato adottato anche il sistema chiamato ERGO-UAS che avrebbe dovuto garantire l’armonizzazione tra l’ergonomia e l’organizzazione della postazione . Anche in questo caso il sistema, invece, è servito ad imporre alle lavoratrici ed ai lavoratori i movimenti vincolati per eseguire le operazioni nel minor tempo possibile, perchè “un minuto perso nell’assemblaggio è solo una perdita di profitto.”

Il WCM e l’ ERGO-UAS sono veri e propri strumenti di “governo della forza lavoro “: tutte quelle attività come ad esempio camminare per prelevare attrezzi e materiali di montaggio sono stati ritenuti sprechi di tempo e si è quindi provveduto ad avvicinare i pezzi da montare alle postazioni, aumentando in modo esponenziale i carichi di lavoro: la velocità è divenuta più importante della forza ed ha contribuito a rendere più intensi la fatica, lo stress fisico e mentale insieme alla paura di ripercussioni disciplinari in caso di ritardi sulla tabella di marcia.

Tra i gesti materiali e simbolici che hanno caratterizzato l’avvento del WCM c’è stato anche quello della sostituzione delle tradizionali tute blu con tute bianche. Italia D’Acierno, soprannominata la “signora delle mestruazioni”, ha raccontato la lotta che, da oltre 4 anni, conduce insieme ad altre donne contro queste tute, che hanno creato non pochi imbarazzi alle donne. Infatti con le mestruazioni il pantalone bianco è una ulteriore fonte di stress e rende visibile come il potere in fabbrica abbia una dimensione di genere oltre che di classe.

La discriminazione delle donne si è palesata anche sul versante del salario, come rileva Nina Leone: il premio di risultato è stato costruito su parametri che vincolano direttamente alla presenza, considerando assenze penalizzanti sia il congedo di maternità obbligatorio, che i congedi parentali o le assenze per la legge 104.

Le donne Fiat, riunite in coordinamento, insieme ad altre delegate e sindacaliste della Fiom hanno denunciato questa discriminazione a tutti i livelli, rivolgendosi direttamente all’allora Ministra Fornero e coinvolgendo numerose deputate e consigliere di parità.

Infine Silvia Curcio ha raccontato la vicenda della chiusura della sua azienda non perché fosse improduttiva ma per scelte unilaterali del gruppo Fiat/FCA di dislocare gli impianti in altri paesi europei, e la lotta, non ancora conclusa, che lavoratrici e lavoratori del suo territorio ( provincia di Avellino ) stanno ancora conducendo per ottenerne la riapertura.

da sin Italia D’Acierno, Nina Leone, Silvia Curcio

Lidia Fernandes (Portogallo attivista femminista) Meaning of work: Moral obligation, commodity or way to emancipation? – Significato del lavoro: obbligo morale, merce o via per l’emancipazione?

Lo spostamento a sinistra del Portogallo ha comportato un avanzamento per le donne?

Il contesto da cui partire è il significato del lavoro – quali le motivazioni del lavoro delle donne? [cfr. DIAP]

Fino al 1974 ha giocato il ruolo autoritario del regime con forti implicazioni coloniali, dall’aprile 1974 un contesto istituzionale più favorevole alla parità – Solo con gli anni 80 però si è avuto un cambiamento.

Persiste tuttavia un modello sub-protettivo di welfare con grosso ruolo della famiglia – cfr. dati su occupazione e disoccupazione – 2010-2018 salario minimo e disguaglianze: donne 75% dei salari più bassi lavoro temporaneo molto elevato – per tutti: non solo donne anche uomini.

Uso del tempo: in virtù del modello duale di produzione familiare del reddito, le donne hanno carico del lavoro domestico non retribuito – nella mia ricerca è molto significativo che una stessa ideae domanda venisse da molte persone: (focus group 2014) “ciascuna che vuole lavorare, può lavorare”?

[cfr. DIAP dati sui tipi di occupazioni delle donne]

Allora quale è la motivazione del lavoro delle donne? Oggi movimenti femministi più forti e diversificati sono in grado di portare avanti una agenda femminista su questo.

Sara T.Y. Doghmash (Palestina – studentessa) La mia esperienza. Studio lavoro lotta delle donne palestinesi

Sono uscita da Gaza per la prima volta, grazie ad una borsa di studio della Regione Toscana che ora mi permetti di studiare all’Università di Siena. Come donna palestinese ho lavorato con donne abusate dai 16 ai 60 anni [cfr. varie foto] – nella lotta sul matrimonio precoce nella striscia di Gaza. Siamo sotto l’occupazione israeliana – dobbiamo poter uscire dalla striscia per avere i nostri sogni: è molto difficile! Siamo in gabbia da 12 anni – a Gaza ci sono molte iniziative per le donne – ma per il salario è tutto monitorato dagli israeliani – la situazione è molto difficile per tutti uomini e donne: tutte vittime che cerchiamo di sopravvivere – malgrado tutto sopravviviamo – come parlare di democrazia e diritti senza avere uno stato indipendente? Io ho avuto la possibilità ma ci sono troppe donne che sono bloccate. Ma una domanda di fondo emerge: come possiamo cambiare le nostre leggi senza indipendenza?

liberta donne Sara Presentation (1)

panel 4 Riproduzione sociale e lavori non riconosciuti (17.00-19.30)

Giuliana Beltrame coordina

Cinzia Arruzza (in video) (New School for Social Research – New York) La crisi della riproduzione sociale

Che cos’è la riproduzione sociale: l’insieme delle attività che riproducono la forza lavoro (cura familare, servizi pubblici, riproduzione biologica)- c’è nesso strutturale fra riproduzione e produzione sociali – crisi della riproduzione sociale a seguito delle politiche neoliberiste: si produce una insostenibilità della riproduzione sociale, per effetto di tutte le politiche di austerità, della deregulation e precarizzazione del lavoro e della finanziarizzazione dell’abitare e la gentrificazione. Ridotto il tempo libero per il lavoro di cura – la gentrificazione comporta espulsione della forza di lavoro dalle città aumentando i tempi di trasporto – rafforzamento del ruolo della famiglia e della dipendenza interpersonale per le responsabilità di riproduzione sociale – nei paesi a capitalismo avanzato: in base a dati USA da ora al 2024 la maggior parte dei settori di aumento occupazionale saranno quelli di assistenza ad anziani e malati (23-25% della forza lavoro totale in contemporanea presenza di deindustrializzazione).

Così si mette in luce la connessione di molti processi sia del sistema neoliberista sia delle lotte transfemministe: con gli scioperi globali transnazionali il movimento femminista ha messo in evidenza tali connessioni, ponendosi come grande movimento transnazionale all’altezza delle sfide di questa fase del capitralismo. Significativo guardare alle lotte in corso in USA: scioperi di forza lavoro femminilizzata (maggior parte donne scioperanti) non solo su aspetti salariali ma critica alle mancanze di risorse nei servizi pubblici – e sull’organizzazione e la qualità dei servizi ospedalieri (le infermiere). Ulteriore esempio gli insegnanti di Chicago mobilitati sull’abitare. La convergenza delle lotte sociali con le lotte femministe è un terreno chiave dei prossimi anni.

Claudia Candeloro (Università di Bologna) Il diritto del lavoro e i diritti delle lavoratrici

Per cominciare rilevo sempre che nel linguaggio giuridico ci sono ancora maggiori difficoltà che nel linguaggio in generale a nominare i generi, ad es. come dire “avvocata che difende” (nel mio caso chi lavora): c’è avvocato difensore, ma non avvocata difensora…

Nel 1970 abbiamo lo Statuto dei lavoratori (non e delle lavoratrici…) e solo nel 1977 introdotto il divieto di atti discriminatori contro persone di sesso e condizione diversa (donne disabili migranti…).

Si è poi in dieci annianni arrivati a un punto di deformazione che non identifica nei lavoratori o lavoratrici soggetti di tutela di diritti uguali per tutti, ma solo soggetti di risarcimento economico salvo la pura discriminatorietà (effetti di un femminismo neoliberale). Tale discriminazione va dimostrata come esclusivo motivo di licenziamento da parte del lavoratore o lavoratrice: una situazione paradossale che impedisce la reintegra in caso di licenziamento illegittimo.

Inoltre va criticato il concetto di uguaglianza universale/ricattabilità reale di chi lavora e specie delle donne. Questo porta la fine del diritto del lavoro e la totale monetizzazione dei diritti.

Come ci siamo arrivati? A mio avviso oggi il lavoro è un punto fondante della identità delle donne ancor più di ieri – se un tempo l’identità di una donna si esauriva nella famiglia, oggi in un mercato del lavoro di continuo performante avere un figlio/a impone di fermarsi, viene vissuto cioè come un attacco alla propria identità. Un’altro punto critico è la diversità del vissuto del conflitto di lavoro fra gruppi di donne o uomini: le energie delle donne sono sempre concentrate più sulle questioni personali e familiari – rispetto ai maschi.

Occorre allora chiedersi quali possano essere reali ed efficaci strumenti alternativi (rispetto al part time) che permettano una eguaglianza effettiva.

da sin Chiara Giunti, Zoe Vicentini, Claudia Candeloro ed Edda Pando

Zoe Vicentini (Roma – Università La Sapienza) Per amore e per soldi

Procederò per domande e interrogativi.

L’assunto da cui parto è la presenza, sempre e comunque, di una percentuale di lavoro di cura, di amore e di attenzioni non richieste esplicitamente, mai pagata e che dunque noi ogni giorno doniamo al datore di lavoro di turno. Potrei fare molti esempi, come il rispondere alla mail domenicale del barone o baronessa universitaria che ci chiede a che punto siamo con il nostro progetto di dottorato. Perché rispondiamo? Ed è lavoro gratuito accettare 8 euro l’ora per guardare due bambini di pochi anni per permettere alla loro mamma di andare che ne so, a lavoro, a Yoga, a fare altro? Cosa contengono quelli 8 euro? Il lavoro gratuito non è solamente lo stage universitario pagato in CFU e non in soldi e non è soltanto il lavoro volontario dei precar* di Expo 2015 (per dirne una) ma ormai il dispositivo del lavoro gratuito permea l’intero mondo del lavoro, che è sempre più precario e spalmato su tutto l’arco temporale del giorno e della notte. Si può dunque parlare di una condizione generalizzata di precarietà esistenziale (e governamentale come veniva ricordato ieri), di un sistema di produzione di soggettività sole, depresse, in preda ad attacchi d’ansia e sempre più competitive. Una realtà veramente deprimente che descrive una condizione generazionale concreta (ricordo che la parte migliore di questo paese, moltissim* dei miei coetanei, da questo paese se n’è già andato).

Anni fa il collettivo FuXia Block di Padova si inventò un tariffario del lavoro gratuito che, non a caso si ispirava ai vecchi tariffari dei bordelli di Venezia, e che esplicitava tutte quelle prestazioni che noi, donne bianche precarie giovani e meno giovani, facciamo ogni giorno gratuitamente.

Ci stavamo chiedendo quanto ci costava il lavoro in termini di aspettative, energie, uso dei nostri corpi, fatica e emozioni. Individuato quel surplus di soldi che non ci torneranno mai indietro ci siamo rese conto che la rivendicazione del reddito di esistenza, declinato oggi dal movimento transfemminista come reddito di autodeterminazione (che unisce dunque il Welfare in kind e il Welfare in cash), era molto simile alle battaglie femministe degli anni Settanta per il salario al lavoro domestico e, con le dovute differenze, con la rivendicazione delle e degli attivisti sex workers per la depenalizzazione della prostituzione e per il riconoscimento del sex work come lavoro.

Altro interrogativo: il sex work, e non la tratta del sesso che è ben altra cosa, rappresenta forse un unicum nel mercato del lavoro di oggi. Tutte quelle prestazioni sessualizzate, di cura, di attenzioni, di performance di genere che in altri lavori sono richieste gratuitamente nel sex work, dunque nello scambio esplicito tra prestazione sessuale (con tutte le sfumature che può avere) e denaro, sono invece pagate, hanno un prezzo più o meno fisso e un tempo preciso. Il tempo è denaro appunto. Ora, diviene legittimo chiedersi “se le sex workers avessero accesso al reddito di autodeterminazione farebbero ancora le sex worker?”. Credo che ognuna viva la sua personale esperienza e personale scelta da questo punto di vista. Mi interessa però prendere ad esempio il sex work come lavoro in qualche modo paradigmatico di una situazione lavorativa più ampia. Il sex work è l’espressione esplicita, pagata, misurata di tutto quel lavoro riproduttivo e di cura che in altri casi viene svolto gratis, basti pensare, citando la Patman, al ruolo femminile storicamente inteso all’interno del matrimonio.

Intanto chiediamoci perché Non Una di Meno ha scritto, già due anni fa nel suo Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e contro la violenza di genere, che rivendicare un reddito di autodeterminazione vuol dire liberare i tempi delle nostre vite, riuscire ad uscire da una situazione di violenza domestica, rendersi indipendenti dalla propria famiglia, poter dire di no a un lavoro sfruttato, avere la forza di denunciare una molestia perché si è fuori dal ricatto del contratto precario, studiare senza fare due lavori e così via… ah vuol dire anche non lavorare sempre, vuol dire anche praticare una vera e propria liberazione di tempi e spazi in cui immaginare altri mondi, fatti di relazioni libere dalla violenza, di relazioni non etero-normate, di libertà di immaginare e praticare altre forme di vita, libere dal lavoro e dall’orologio biologico.

Edda Pando (attivista femminista e diritti migranti) Il paradigma “migrante”

Inizio dicendo che ho fatto grande fatica a capire che cosa sia la riproduzione sociale – venendo da un altro vissuto – quello del Sud del mondo… Prima di tutto ricordo che il visto di ingresso esiste solo dal dopo Schengen (1991). Marcia dei desaparecidos. Negli ultimi 5 anni ho dedicato la mia militanza a questo (e lavorando in call centre) alle famiglie degli scomparsi migranti, per questo mi sono persa NUDM. Importante che siano le/i migranti genitori a parlare di se stessi/e (disumanità dell’attivismo che esclude il pianto), non i migrantologi.

Chi muore nel Mediterraneo non è persona: il colonialismo è sempre qui nella testa delle persone. In fondo è un nero/una nera e non conta. Oggi il lavoro non è più il centro della società, gli irregolari servono al sistema. Abolito il permesso di protezione umanitaria (decreto Salvini) sostituito con la protezione “speciale” che non si può convertire in permesso di lavoro: avviene un salto di qualità sistemico – il lavoro solo come merce (incostituzionale) – sui migranti si sperimentano le condizioni di precarietà totale che poi si estendono a tutti/e. Per questo è importante lottare per canali regolari di migrazione, ma non lo fa più nessuno.

Sottolineo un aspetto: urge affrontare il tema dei rapporti delle donne migranti con le donne dei paesi occidentali del nord del mondo – e le donne migranti non devono essere solo viste come COLF – valorizziamo le nostre lauree!

Per chiudere ripeto di non dimenticare che il decreto Salvini bis ha in se stesso l’annientamento dell’opposizione e delle lotte.

Domenica 13 ottobre Terza Sessione (9.30-13.30) LOTTE E ALTERNATIVE

Panel 5. Mutualismo, beni comuni, accoglienza (10 – 11,30) coordina Nicoletta Pirotta

Monica Di Sisto (Fairwatch)La lezione di Seattle per l’economia e i movimenti

A Seattle. esattamente vent’anni fa l’organizzazione collassò per la prima volta sotto la pressione di  indigeni, attivisti, metalmeccanici, ambientalisti e contadini arrivati dai quattro angoli del pianeta che ne bloccarono gli accessi, spiegando come i colpi all’occupazione, ai diritti dei lavoratori, all’ambiente e alla qualità delle produzioni stesse, non fossero che effetti collaterali delle politiche della Wto. 

Le donne e i movimenti femministi, le donne indigene, le contadine, le sindacaliste, sono state le protagoniste di quei giorni, e da quel giorno in poi al G8 di Genova, nei Forum Sociali Mondiali e europei, nelle pratiche delle economie trasformative, sono alla testa dei movimenti, delle campagne e delle lotte che hanno smascherato il volto vero, feroce, violento, patriarcale di quella globalizzazione estrattiva, tra i fattori determinanti, come molti giovani oggi dicono, di quei cambiamenti climatici che mettono a rischio la sopravvivenze dell’umanità  La faccia del 10% più ricco della popolazione dei paesi dell’OCSE che intasca senza preoccuparsene un reddito medio che è circa nove volte quello del 10% più povero: una disuguaglianza, ancor più pesante per le donne, che è sette volte più grande di quella di 25 anni fa.

La buona notizia è che siamo ancora qui: in prima linea, con tante giovani capaci di costruire e agire questa narrazione collettiva nella sua crescente complessità. Quella cattiva è che questa narrazione è scheggiata, frammentata e dispersa dalle difficoltà materiali e contestuali, e  non riesce ancora a comporre le diverse visioni e esperienze in proposte comuni, capaci di permetterci quel passo in avanti verso la dismissione definitiva del capitalismo verso nuove forme di produzione e riproduzione materiale, ideale, e culturale, collettive, inclusive, ma anche empatiche e popolari. Abbiamo appena 11 anni per cambiare i nostri attuali paradigmi di produzione, lavoro e consumi prima che gli effetti dei  cambiamenti climatici diventino definitivamente imprevedibili e letali.

Su alcuni temi – a partire dal lavoro – ci affianchiamo senza arrivare a sintesi. E  una massa critica giustapposta è insufficiente e sconfitta. Dobbiamo imboccare insieme la strada di un ecofemminismo che si faccia totalmente e responsabilmente carico dei vecchi e nuovi conflitti per chiedere conto a chi ci Governa, a tutti i livelli, di quegli 11 anni e di come sia meglio percorrerli insieme. Dobbiamo pretendere politiche, ma soprattutto risorse. Perché il cosiddetto Green New deal – o ha risorse adeguate per trasformare la realtà, quotidiana e concreta, ma soprattutto le strategie pubbliche e di valenza pubblica negli Stati e nelle imprese, o sarà stucchevole dichiarazione d’intenti, come nel caso dell’ultimo Def italiano o di larga parte delle politiche economiche e commerciali della Ue.

Dobbiamo, con più forza, chiedere spazi e soldi alle altre donne nelle istituzioni, e capire se ci possa bastare schierarci insieme, o se sia necessario un patto generativo di genere, oppure, trovare nuove forme e spazi per autodeterminarsi. Possiamo decidere anche di volere tutto. Vogliamo tutto, ma vogliamolo insieme.

da sin Anna Maria Magrelli, Monica Di Sisto, Polixeni Papalexi, Latifa Gabsi

Anna Maria Magrelli – Le donne nell’esperienza antimilitarista di riconversione dell’industria delle armi

COMITATO RICONVERSIONE RWM per la pace, il lavoro sostenibile, la riconversione dell’industria bellica, il disarmo, la partecipazione civica a processi di cambiamento, la valorizzazione del patrimonio ambientale e sociale del Sulcis-Iglesiente

Nell’Iglesiente, bellissima regione, con alto tasso di disoccupazione, tra i residui delle attività collegate alle miniere c’era una fabbrica di esplosivi che nel 2001 è stata riconvertita alla produzione di armi e fornisce bombe all’Arabia Saudita, e suoi alleati, che nello Yemen sta operando quella che dagli esperti dell’ONU è stata definita la più grande catastrofe umanitaria dal secondo dopoguerra.

Il “Comitato Riconversione RWM nasce il 15 maggio e il 26 giugno viene approvata alla Camera dei Deputati, la mozione per il blocco dell’esportazione e del transito di bombe per aereo e missili verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Il Comitato ha coinvolto popolazione e autorità locali sui suoi obiettivi, richiamando anche l’attenzione sul tema della salvaguardia dei posti di lavoro dei circa 300 lavoratori della fabbrica dell’Iglesiente, “i quali non devono subire le conseguenze di un eventuale chiusura dello stabilimento e conseguente delocalizzazione. Riteniamo che non si possano scaricare su lavoratori e territorio le conseguenze di tre anni di ipocrisie politiche, durante i quali si sono illuse le maestranze e le istituzioni locali della regolarità dell’esportazione verso la coalizione saudita”.

Manifestazione del Comitato riconversione RWM

Latifa Gabsi – (Coordinamento lodigiano Uguali Doveri) La lotta contro la discriminazione nelle mense

Parla della lotta nata dalla volontà di contrastare la decisione del Consiglio Comunale di Lodi di far pagare alle ed ai cittadini extra-comunitari la retta massima per la fruizione di alcuni servizi pubblici, per far andare in mensa i loro bambini. Una lotta vincente che ha costretto il Comune a ritornare sui propri passi.
Una lotta solidale portata avanti insieme da migranti e native/i, dalle famiglie interessate ma anche da quelle che ritenevano ingiusta la norma approvata dal Comune anche se non le riguardava direttamente.
Una lotta al femminile che ha visto in prima fila donne di diversa provenienza geografica unite e determinate nell’affermazione dei diritti di tutte e di tutti. Momenti salienti della lotta: il 14 settembre questa famiglie hanno organizzato un presidio di protesta davanti al comune di Lodi ed è stato costituito il Coordinamento Uguali Doveri ed è partita la campagna di raccolta fondi “colmiamo la differenza” per sostenere le famiglie che non avrebbero potuto pagare le rette. Sono state organizzate, inoltre, molte iniziative di protesta che hanno visto un’ampia partecipazione delle e dei cittadini. Il 13 dicembre 2018 il Tribunale di Milano ha condannato il Comune di Lodi per aver discriminato i bambini stranieri che chiedevano l’iscrizione al servizio di mensa scolastica e gli ha ordinato di “modificare il ‘Regolamento per l’accesso alle prestazioni sociali agevolate’ in modo da consentire ai cittadini non appartenenti all’Unione Europea di presentare la domanda di accesso a prestazioni sociali agevolate mediante la presentazione dell’Isee alle stesse condizioni previste per i cittadini italiani e dell’Unione Europea in generale”.

da sin Chiara Giunti, Anna Maria Magrelli, Monica Di Sisto, Polixeni Papalexi, Latifa Gabsi

Polixeni Papalexi – L’ambulatorio solidale di Ellenikò

L’ambulatorio di Ellenikò dal 2012 è una struttura di sostegno completamente su base volontaria, per offrire assistenza sanitaria e farmaceutica a cittadini senza copertura sanitaria, nullatenenti e disoccupati. Non riceviamo nessun tipo di sostegno economico dallo Stato o dall’ Unione Europea e neanche dai cittadini, ma riceviamo materiale dai nostri molti sostenitori: singole persone dalla Grecia e gruppi di sostegno da Europa- America -Canada – Australia. (Dà un ampio quadro delle attività e del numero degli assistiti).

Il nostro motto è: nessuno deve essere solo nella crisi. La crisi provocata deliberatamente ed in modo violento nei confronti del popolo greco dalla troika e dalle politiche punitive dell’Unione Europea ha provocato un grande aumento di suicidi e problemi psicologici. Per questo abbiamo istituito ambulatori di sostegno psicologico e/o psichiatrico tuttora in funzione.

Abbiamo deciso di non prestare più cure mediche ma solo fornire farmaci ai nostri pazienti. Questo per fare pressione al governo e far aumentare i finanziamenti indispensabili alla sanità pubblica. Le donne sono in prima linea, e danno battaglia per migliorare le condizioni sociali nei loro paesi. Sostengono amici e famiglie.

Proprio per questo vengono escluse dai posti chiave dei governi europei, dell’Unione Europea a meno che non funzionino come “maschi”. In questo caso fanno comodo perché danno una parvenza di parità, non reale.

Negli ultimi anni la svolta a destra in tutti i governi europei limita ulteriormente il nostro ruolo nella scena politica, ma dobbiamo continuare a combattere per i nostri diritti. Abbiamo voce in capitolo e devono sentirla.

Panel 6. Autorganizzazione, sciopero globale femminista (11,30 – 13,30) – coordina Alessandra Mecozzi

Dilar Derik*, sociologa, coordinamento del movimento delle donne kurde – – Autorganizzazione delle donne

In un’era globale di femminicidi, violenza sessuale e cultura dello stupro, chi può permettersi di non pensare all’autodifesa delle donne? Il femminismo ha giocato un ruolo importante nei movimenti contro la guerra e ha ottenuto importanti vittorie politiche nella costruzione della pace. La critica femminista al militarismo quale strumento patriarcale rende comprensibile il rifiuto della partecipazione delle donne agli eserciti di stato come fattore di empowerment. Ma il rifiuto inappellabile da parte delle femministe liberali nei confronti della violenza agita dalle donne, quale che sia l’obiettivo, non riesce a operare un distinguo di natura qualitativa tra il militarismo statalista, colonialista, imperialista, interventista e l’autodifesa necessaria e legittima.Le donne kurde hanno una tradizione di resistenza: la loro filosofia di autodifesa va dagli eserciti autonomi di donne guerrigliere allo sviluppo di cooperative autogestite di donne. Ultimamente, le vittorie delle Unità di difesa delle donna (YPJ) in Rojava-Siria settentrionale e delle guerrigliere del Partito kurdo dei lavoratori (PKK) del YJA Star contro l’Isis sono state fonte di ispirazione. Le donne kurde, insieme alle loro sorelle arabe e siriano-cristiane, hanno liberato migliaia di chilometri quadrati dall’Isis, dando vita a scene meravigliose in cui donne liberavano altre donne. La lotta delle donne kurde ha sviluppato una filosofia dell’autodifesa centrata sulla donna e collocata in un’analisi intersezionale di colonialismo, razzismo, nazionalismo statalista, capitalismo e patriarcato. Per combattere il sistema, l’autodifesa deve scegliere l’azione diretta, la democrazia partecipativa radicale, e strutture autogestite politiche, sociali ed economiche.
Accanto al Confederalismo democratico del movimento di liberazione kurdo è stato creato un sistema confederalista democratico delle donne attraverso migliaia di comuni, consigli, cooperative, accademie e unità di difesa nel Kurdistan e oltre. Attraverso la creazione di una comune autonoma di donne in un villaggio rurale, l’identità, l’esistenza, e la volontà delle sue abitanti hanno trovato la propria espressione nella pratica e contestano l’autorità dello stato patriarcale e capitalista. L’attenzione rivolta all’acqua, alle terre, alle foreste e al patrimonio storico e naturale sono componenti cruciali dell’autodifesa contro lo stato-nazione e contro la devastazione ambientale nel nome del profitto.

* Non avendo finora potuto avere l’intervento di Dilar Dirik, pubblichiamo qui alcune parti di suoi interventi che più corrispondono al suo discorso. Negli Atti del Convegno, in lavorazione, ci sarà il suo intervento integrale.

Dilar Dirik e Nora Garcia
Da sin. Marta Lempart, Chiara Giunti, Nora Garcia, Caterina Peroni, Camilla Girotti

Nora Garcia (attivista Spagna)*E adesso vogliamo tutto!

I due scioperi dell’8 marzo in Spagna sono stati il frutto di un processo di accumulazione di forse cominciato 10 anni fa dentro la crisi economica e le sue terribili conseguenze sulle donne. Eravamo condannate ancora una volta ad essere esercito di riserva del capitalismo.

Dato che viviamo in società formalmente egualitarie, il capitalismo tenta di sedurci. Cercano di rendere “naturale” la nostra situazione e convincerci che la precarizzazione è il risultato di scelte individuali che derivano da problemi personali. E attraverso questo processo le donne hanno preso coscienza che i problemi non sono individuali ma collettivi e che la risposta anche deve essere collettiva. C’è stato un cambiamento nel nostro punto di vista, e anche nella nostra strategia. Ci stiamo muovendo da azioni concrete, isolate, di difesa, verso un attacco alla nostra sistematica disuguaglianza e oppressione. E adesso vogliamo tutto!

* abstract. Intervento completo negli Atti in preparazione

Nora Sanchez, a sin Caterina Peroni, a ds Dilar Dirik

Caterina Peroni e Camilla Girotti – Non Una Di Meno Sciopero globale delle donne nel quadro generale

(power point – viene illustrato il Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne di Nudm)

Nel novembre 2016 è iniziato un nuovo movimento femminista globale, in Polonia contro la criminalizzazione dell’aborto e in Argentina, dopo tre atroci femminicidi. Principali obiettivi: Lottare contro la violenza di genere e sessuale contro le donne e le persone LGBTQ; Difendere l’autodeterminazione sessuale e riproduttiva, il diritto all’aborto (es. Polonia e Irlanda). Dalla Polonia all’Argentina viene lanciato lo sciopero internazionale per l’8 marzo successivo.

«Al fine di rompere la frammentazione e l’isolamento che contraddistinguono il mondo del lavoro contemporaneo, riteniamo fondamentale riaffermare, tra le nostre pratiche femministe, l’importanza della costruzione di nuove reti solidali e di mutuo soccorso, riaffermare cioè, contro la barbarie, l’individualismo e la solitudine, la potenza dell’essere in comune, il sostegno, la sorellanza. Mutualismo e solidarietà contro le ritorsioni datoriali, contro i ricatti, le molestie, le discriminazioni e ogni forma di violenza dentro e fuori i posti di lavoro; reti di supporto tra le lotte, creazione di casse di resistenza per sostenere le stesse e le situazioni di difficoltà delle lavoratrici; spazi – sulla scia della storia dei movimenti femministi che hanno rivendicato, costruito e autogestito servizi delle donne per le donne espropriando al dominio maschile conoscenze e decisioni – dove sia possibile rimettere al centro i propri bisogni e desideri, l’ascolto e il mutuo aiuto, scambio e autoformazione sui diritti che abbiamo e quelli che vogliamo conquistare»

#metoo: •esperienza e riconoscimento •presa di parola pubblica a partire da sé

Da #metoo a #wetoogether •ricomposizione e organizzazione di una mobilitazione e di uno spazio collettivo

Denuncia di sfruttamento, precarietà, ricattabilità, violenza sessuale e di genere

Presentata l’autoinchiesta sulle molestie nel lavoro

Ricatto della precarietà; inferiorizzazione e infantilizzazione; quando si è incinte veniamo demansionate

Lo sciopero è la risposta!

Caterina Peroni e Camilla Girotti

NUDM Copia di Presentazione convegno Roma, 11-13 ottobre 2019

Marta Lempart* (Polonia, “Women’s Strike”) Attivista per diritti delle donne e democrazia

Il nostro motto: le persone non hanno bisogno di essere guidate nel loro cammino, hanno bisogno di essere sostenute quando camminano con le proprie gambe

Ha fondato e dirige il comitato nazionale di sostegno al Women’s Strike in Polonia, una coalizione di donne che organizzò e ha diretto il 3 ottobre 2016 – lunedì nero – a coalition of women that on 3 October 2016 le “black protests” in oltre 150 città in Polonia, fermando il Parlamento polacco nell’introduzione di un divieto totale dell’aborto, e di nuovo lo ha ripetuto nel venerdì nero il 23 marzo. Ha partecipato attivamente nel 2017 e 2018 alle proteste per l’indipendenza giudiziaria in Polonia con altri membri del Polish Women on Strike (PWS) (inclusa una lunga protesta di 15 ore fuori dal Senato, lanciata dalle donne, quando tutti hanno rinunciato) e partecipa a blocchi stradali antifascisti non violenti. Il suo maggior obiettivo è l’incondizionato e generalizzato valore dei diritti delle donne, essenziale in una società moderna e democratica: non qualcosa “da discutere” dopo – idea definita come #iniziativa della Polonia per tutti. Sotto accusa in 30 processi attuali e indagini relative alle proteste contro il Governo di estrema destra in Polonia, come oltre 100 componenti PWS.

* inviato da Marta Lempart come suo profilo. Invierà suo intervento successivamente per gli Atti.

Marta Lempart. a sin Chiara Giunti, a destra Hazal Karakus