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Storie metalmeccaniche

di Alessandra Mecozzi

Ho letto con piacere “Doppio carico” * di Loriana Lucciarini, giovane compagna impiegata della Fiom nazionale, con la passione della scrittura, già evidente nella cura con cui descrive le fabbriche, da cui parlano 12 metalmeccaniche. Donne di una generazione successiva a quella delle operaie di “Dita di dama”, romanzo di Chiara Ingrao, per citare un altro raro esempio di “letteratura operaia femminile”, protagoniste operaie del 1969. In questi due libri, molto diversi per tempo, storie e stile, ho rintracciato, forse per i miei 41 anni di Fiom e femminismo, un filo che lega il pensare e l’agire di queste due generazioni, il filo della costruzione di sé e della propria libertà. La fermezza di alcune di loro, la capacità di portarsi sulle spalle anche più di un doppio carico, senza piegarsi, mi hanno ricordato un’altra carissima compagna di tanti anni di Fiom, scomparsa troppo presto, a cui il libro è dedicato: Neva Bernardi.

Operai e operaie compaiono raramente in letteratura. Anzi, dagli anni 80 erano praticamente scomparsi, quando cominciò la narrazione degli “operai che non esistono più”. La sconfitta storica alla Fiat, dopo 35 giorni di lotta, provocò una frattura, sociale e culturale. Una frattura tra il protagonismo baldanzoso degli anni precedenti, con le conquiste di diritti e la capacità di incidere sulle scelte aziendali, e la crisi, soggettiva e produttiva, conseguente alla sconfitta: espulsioni dalle fabbriche, cassa integrazione, solitudine e perdita di identità fino al suicidio, regressione culturale e democratica.

Nel tempo, diventò una “parolaccia”anche femminismo , che oggi riemerge a nuova vita.

Le crisi si sono succedute, fino a quella durissima del 2008, l’intensità del lavoro è aumentata, insieme alla precarietà, ma le lotte non si sono fermate e la consapevolezza di sé è cresciuta, ci dicono le metalmeccaniche.

Consapevolezza di sé e della propria forza. Doppio, triplo carico di lavoro (fabbrica, casa, figli, attività sindacale…), tempo e spazio gestiti da “equilibriste”, come dice una di loro; nelle parole di Livia, diciannove anni alla Fca (già Fiat) di Melfi, si sente come il tempo incide sul corpo e quanto sia necessario resistergli, con la testa: «Certo, questa fabbrica si mangia l’energia un po’ per volta. “Appena entrati, tutte e tutti eravamo giovani e forti; adesso ci sentiamo stracci, corpi saturi di stanchezza, menti appannate dalla ripetitività che spazza via anche i pensieri. Io combatto per non trasformarmi in robot.” La tensione verso il futuro e il desiderio di libertà sono evidenti «Ho ripreso a studiare, conseguendo la laurea magistrale. Ho una via d’uscita per fuggire dai ritmi massacranti e dal correre veloce come l’azienda vuole. Una via d’uscita per evitare quei sorrisetti compiaciuti che mi rivolgono perché sono giovane e attraente; sorrisetti che promettono avanzamenti di carriera in cambio di una disponibilità che non ho mai concesso»

Il lavoro insegna a vivere, ma non esaurisce la vita, sostiene Laura, da una piccola fabbrica in Emilia, dove effettua il controllo qualità su macchine a controllo numerico «Ho rivisto le mie priorità e ho rimodulato il mio approccio con le cose. Ora so che per vivere si è obbligati a lavorare, a meno che non si abbia la fortuna di nascere ereditieri. Ma si lavora per vivere, non il contrario. Io non mi realizzo in questo contesto ma fuori, dove cʼè la vera esistenza: gli amici, i rapporti umani, le serate culturali, i tanti stimoli che mi completano».

La tensione è parte della “differenza”: essere donna in un mondo prevalentemente maschile non è mai semplice, molestie e ricatti sessuali sono spesso presenti. Il contratto nazionale di lavoro ha provato, fin dal 1991, ad affrontare il difficile tema, “conquistando” un paragrafo, faticosamente definito in una trattativa “tra donne”, di Fim-Fiom-Uilm e di Federmeccanica. Un paragrafo sconosciuto, e, di conseguenza, inutilizzato (1).

Anche l’astuzia femminile fa la differenza, dice Pamela, delegata operaia della Fca (ex VM Motori): “Il trucco, il rossetto, lo smalto, la mollettina tra i capelli erano vezzi inutili per loro, che ragionavano secondo schemi maschilisti. Ho dovuto spiegare che il rossetto era anche una protezione per le labbra, lo smalto mi aiutava a coprire lo sporco sotto le unghie e le mollettine nei capelli servivano a raccogliere le ciocche semilunghe per proteggerle dagli ingranaggi ed evitare che si impregnassero dell’olio e dell’acqua emulsionata. Insomma, non erano solo un vezzo”.

La consapevolezza si accompagna alla conoscenza dell’ organizzazione del lavoro, di cui parla Rosy, delegata alla Electrolux di Solaro: «Si lavora in catena di montaggio, una lunga linea dove sono spezzettati i vari punti di assemblatura e dove un braccio meccanico sposta e trasporta i vari pezzi da una postazione allʼaltra. Su ogni linea ci sono circa sessanta persone tra operai e operaie e ognuno lavora su singoli componenti, per esempio noi assembliamo lavastoviglie. Le differenti operazioni di montaggio variano durante il turno e i giorni della settimana, di solito sono stabilite dal capitano di ogni linea e quindi io posso trovarmi a lavorare su un pezzo e il giorno dopo operare su un altro componente». Con analoga precisione un’altra Rosy, da Catania, ci racconta di sé nella fabbrica tecnologica, la STMicroelectronics: …Nella pre-changing room ci si cambia e si indossa una sottotuta pulita, detta “pigiamino”; poi si va nella changing room per indossare la tuta sterilizzata, la cuffia e la mascherina e, infine, si passa attraverso una doccia ad aria compressa per accedere alla clean room. I ritmi con gli anni sono diventati più serrati. Io, che lavoro nella clean room, ho necessità di essere sul luogo di lavoro un poʼ prima, perché le fasi di vestizione utili a poter accedere ai macchinari esigono una preparazione particolare e complessa, con vari passaggi, che dura almeno dieci minuti. Fino a un paio di anni fa questa vestizione avveniva all’interno dellʼorario di lavoro, ma nel 2012, a causa di un accordo separato, lʼazienda ottenne di poterla scorporare dallʼorario lavorativo».

Si conosce il proprio lavoro, si arriva ad amarlo: quando è minacciato dall’insipienza, disonestà e arbitrio padronale, è necessario lottare.

Lotte drammatiche e lunghe, come all’Eutelia a Roma, dove la bancarotta fraudolenta dell’azienda che ha comportato condanne giudiziarie per la proprietà Landi, ha significato per molte/i, la perdita del lavoro: Quelle sei consonanti e quattro vocali mettevano fine alle speranze di anni di lotta e rivendicazioni» dice Rina. Disoccupata, una condizione angosciosa che ha favorito la malattia: una nuova lotta da sostenere coraggiosamente, cogliendo le occasioni che si presentano «Mi è stata offerta la possibilità di fare volontariato con la Fiom-Cgil e io ho accettato con entusiasmo, perché posso mettere a fattore comune la mia storia con l’intento di far capire agli altri che insieme si può cercare di trovare soluzioni e risultati, mentre da soli si è soltanto soli».

Ma anche lotte creative e divertenti. « Quando Indesit dichiarò di vendere l’azienda (con milletrecento esuberi) e l’intenzione di chiudere lo stabilimento in cui lavoro, iniziò una lunga serie di mobilitazioni molto singolari – racconta Valeria della Whirlpool Abbiamo fatto scioperi a scacchiera (in base al numero di scarpe, al sesso, al segno zodiacale, al numero pari o dispari del mese di nascita); ogni giorno s’improvvisava qualcosa, così che i responsabili della produzione, non potendo prevedere le nostre mosse, non ci capissero più niente. Abbiamo fermato di fatto la produzione, abbiamo resistito a lungo e occupato la portineria per qualche giorno, abbiamo lottato divertendoci! Alla fine lo stabilimento è rimasto aperto. Poi la nostra azienda è stata acquistata dagli americani della Whirlpool, e almeno per un po’ il nostro posto di lavoro è stato salvo”.

La fabbrica è un microcosmo, dove si passa dall’io al noi, dove agiscono sentimenti e intelligenze, dove si soffre e ci si diverte, si legge e si studia, per sé e per le altre. Significativo è il percorso di ricerca sui differenziali salariali e normativi, tra donne e uomini, fatta da tre delegate Elisa, Paola, Monica in una multinazionale che ha sedi sparse lungo tutta la penisola (Bari, Milano, Roma e Torino) e fornisce software e servizi informatici a clienti privati e pubblici. E dalla ricerca, che ha dimostrato, dati alla mano, le disparità, sono nate nuove richieste e agire collettivo. Le delegate sono soddisfatte. Pur in tempo di crisi e circondate da una certa indifferenza, ce l’hanno fatta. Un’esperienza di valore, anche perché, come aveva detto Rosy, di Catania, …spesso per una donna emergere è complicato. Eppure rifarei tutto, perché questʼ esperienza mi ha insegnato il grande significato del “noi” e la sua importanza».

(1) Art. 18 disciplina generale sezione terza CCNL 1994 “Verranno evitati comportamenti importuni, offensivi ed insistenti deliberatamente riferiti alla condizione sessuale che abbiano la conseguenza di determinare una situazione di rilevante disagio della persona cui essi sono rivolti, anche al fine di subordinare all’accettazione o al rifiuto di tali comportamenti, la modifica delle sue condizioni di lavoro. Al fine di prevenire i suddetti comportamenti, le aziende adotteranno le iniziative proposte dalla Commissione nazionale per le pari opportunità ai sensi della lett. e), punto 5.1. dell’art. 5, Sezione prima.”

* Loriana Lucciarini, Doppio carico. Storie di operaie. Villaggio Maori Edizioni www.villaggiomaori.com

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